Povero quello che domina il mondo – non sa

che il tarlo si nutre del legno –

perfino sul Golgota il legno

non era che povera legna.

Questo abbiamo appreso:

cadere, cadere, cadere – chi sale

sul legno lo fa per discendere.

Accovacciati su strade che  non si distinguono –

dove sperma e saliva non battezzano,

non benedicono –

mischiati in corpi nascosti, perduti,

sono sale ai battiti, vita di vita,

consacrandi in pozze innocenti.

 

E Amen e Ohm e Sia quel che Sia

 

E tutto è riposto in quell’attimo

dove il due si perde nell’uno – non sa –

non sa se sui fili le rondini sognano.

 

 

 

E tutto distende le braccia

a quello

che abita mondi distanti –

ancora per quanto –

e intanto qualcuno veniva,

sapeva di cieli

e di prati più veri

di quelli su tele sbiadite

nell’ombra di alti solai.

Si provano parti,

si recita in scene a soggetto

per dire di altro –

mai quello –

di tutto e di niente,

frammenti sospinti

di voci tra volti distanti.

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Nel fruscìo di vestiti

intrisi di laboriosi giorni –

dove andremo

operai di mattini pallidi

intrisi di strade, tormenti,

giorni polverosi –

nel fruscìo di tormenti

vestiti di strade polverose –

cosa diremo ai giorni pallidi,

fruscii di domande

vestite di tormenti –

cosa faremo laboriosi

di vestite strade,.

fruscii intrisi di tormenti –

cosa faremo

di queste lunghe sere

pallide operaie della luna?