C’era un merlo, o così mi pareva, anche se era marrone chiaro,

mentre salivo in macchina. Avevo parcheggiato di fronte al chiosco

dove andiamo tutte le estati, con la mia solita fortuna

dell’ “unico buco libero” rimasto che ti fa sorridere.

Questa particolare coincidenza tra me e uno spazio vuoto

la interpreto come una concessione  che mi viene da un altrove

di cui non conosco origine o collocazione – ma che ringrazio.

Anche questo tu sai di me, anche se non te l’ho mai detto.

Ma avevo prenotato per noi fin dal giorno prima

quel tavolo d’angolo libero nel vento,

sul soppalco in legno che ricorda un teatro, con un’aria

da cospiratrice che mi fa sentire ridicola, ma non più di tutto il resto.

Così ti guardavo mentre eri sempre quello di tanti e tanti anni

riuniti apparentemente in una sola immagine sfumata,

cercando di far prevalere l’attimo del sorso o del boccone

sulla confusa pena di saperti non più quello, pur restando.

E così i fiori rossi del vaso accanto a noi, oscillando

non sono mai più quei fiori, ma altro,

e il mare che lo scirocco ricopre di velature bianche –

so le creste sul mare essere sé stesse pur mutando –

così che lo sguardo che contempla è stanco.

C’era quel merlo, ti dicevo, quando abbiamo lasciato il tavolo

più leggeri nell’attesa di essere stati ancora altro –

saperlo è riconciliarsi con un non tempo.

Saltellava tra il marciapiede e il bordo dell’erba.

I suoi occhi colmi di nero mi hanno vista,

ne sono certa, in un largo senza pena o rimpianto.

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Povero quello che domina il mondo – non sa

che il tarlo si nutre del legno –

perfino sul Golgota il legno

non era che povera legna.

Questo abbiamo appreso:

cadere, cadere, cadere – chi sale

sul legno lo fa per discendere.

Accovacciati su strade che  non si distinguono –

dove sperma e saliva non battezzano,

non benedicono –

mischiati in corpi nascosti, perduti,

sono sale ai battiti, vita di vita,

consacrandi in pozze innocenti.

 

E Amen e Ohm e Sia quel che Sia

 

E tutto è riposto in quell’attimo

dove il due si perde nell’uno – non sa –

non sa se sui fili le rondini sognano.

 

 

 

E tutto distende le braccia

a quello

che abita mondi distanti –

ancora per quanto –

e intanto qualcuno veniva,

sapeva di cieli

e di prati più veri

di quelli su tele sbiadite

nell’ombra di alti solai.

Si provano parti,

si recita in scene a soggetto

per dire di altro –

mai quello –

di tutto e di niente,

frammenti sospinti

di voci tra volti distanti.

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Nel fruscìo di vestiti

intrisi di laboriosi giorni –

dove andremo

operai di mattini pallidi

intrisi di strade, tormenti,

giorni polverosi –

nel fruscìo di tormenti

vestiti di strade polverose –

cosa diremo ai giorni pallidi,

fruscii di domande

vestite di tormenti –

cosa faremo laboriosi

di vestite strade,.

fruscii intrisi di tormenti –

cosa faremo

di queste lunghe sere

pallide operaie della luna?